(convegno della Caritas Diocesana di Catania
– Catania, Complesso Fieristico Le Ciminiere 21 marzo 2009)
I rumeni costituiscono la
comunità straniera più grande in Italia, più di un milione di
persone. Non sono giorni piacevoli per la comunità rumena. Fatti di
cronaca hanno messo in cattiva luce l’intera comunità. Una onda di
ostilità si è fatta strada nell’opinione pubblica.
I mass media enfatizzammo solo
un ristretto segmento di manifestazioni dei rumeni, fatti di cronaca,
accreditando l’idea che un intero popolo e propenso alla delinquenza.
Altre categorie di fatti e circostanze della presenza dei rumeni in
Italia non trovano adeguata attenzione nei mass media. Mi riferisco al
contributo all’economia italiana, ai fatti positivi individuali e
collettivi. Penso anche alle condizioni di vita e di lavoro spesse volte
scandalose, che non traspaiono, non vengono notati, percepiti come
anomali. Quindi il quadro che i mass media propongono non è completo,
è distorto e opera condizionamenti pericolosi.
Il fenomeno dell’immigrazione
si è sviluppato rapidamente e ha trovato la società impreparata a una
"invasione" di stranieri. Non è l’Italia xenofoba, è forte
lo shock prodotto dal nuovo fenomeno. E tanto forte è l’impatto con
lo straniero, con lo sconosciuto che viene chi sa da dove, da non poter
rendersi conto che l’Italia aspettava, era potenzialmente preparata e
aveva bisogno di questa occasione unica di aver risorse umane per vari
settori a poco prezzo. E non resta tempo, ne disponibilità o volontà
di conoscere che questa "occasione" è conseguenza di una
storia matrigna che i popoli dell’Est Europa non hanno scelto, ma l’hanno
subita.
Fatta questa premessa, il
ritratto dell’immigrato rumeno, bulgaro o polacco è più o meno lo
stesso. Si trova in Italia per necessità, direi, per cogliere una
opportunità, quella di farsi una vita migliore: una casa nel suo paese,
far studiare i figli, raccogliere un po’ di risorse per la sicurezza
del domani. Non è uno sprovveduto, è uno che ha conosciuto in passato
un certo decoro, magari ha lavorato in grandi industrie e vorrebbe
trovare la considerazione e l’apprezzamento di una volta.
Spesse volte l’arrivo in
Italia è un viaggio nell’ignoto, senza saper dove si andrà ad
abitare, lavorare, un viaggio carico di illusioni e promesse che non
trovano riscontro.
Ι rumeni per la loro
tradizione, costumi sono legati alla propria casa. Anche perché
provengono da una civiltà contadina ed il contadino ha sempre il suo
non condivisibile. Non sono pretenziosi i rumeni, ne prediligono la
precarietà dei campi nomadi. Si adattano alle condizioni che il lavoro
o i guadagni gli permettono, considerato che lo scopo che inseguono è
quello di guadagnare e mandare i soldi a casa.
Le condizioni di vita e
alloggio che sono disposti ad accettare dipendono più dalla tipologia
del lavoro che prestano. Infatti il lavoro domestico presume la presenza
continua nelle case degli assistiti – è una scelta obbligata. Sembra
che non ci sia altra soluzione. Spesse volte la qualità della vita
delle badanti non è delle migliori. La convivenza nelle famiglie non è
sempre positiva; le differenze di cultura, di costumi, abitudini si
fanno sentire.
Le badanti. Un mestiere
prodotto dal mercato internazionale. E’ un’opportunità per avere un
servizio a poco prezzo. Perché la forza contrattuale delle badanti è
quasi inesistente. Le donne affrontano un lavoro come un sacrificio, con
uno scopo preciso e limitato nel tempo. Questa impostazione da la forza
di sopportare un lavoro duro, lontano da qualsiasi standard sindacale;
nello stesso tempo spiega un individualismo accentuato
Tutto ciò è valido per altre
occupazioni con la differenza che le badanti sono rilegate nelle
famiglie 24 su 24 ore.
E’ vero che vengono di
propria e spontanea volontà, in virtù della libera circolazione delle
persone. Si può impedire ai rumeni di recarsi all’estero, quando per
tanti anni le è stato negato questo elementare diritto umano?
Certamente no. E se vengono in Italia e lavorano, così da ritenere un
certo vantaggio rispetto al proprio paese, vuol dire che il mercato li
accetta. Ma non vengono regolarizzati, restano clandestini, e questa è
una parola brutta, è una colpa secondo una opinione molto diffusa –
la clandestinità deve essere combattuta, sostengono in molti.
A parte le persone
difficilmente adattabili o con intenzioni poco corretti, la maggior
parte si rende utile in Italia. Non è la colpa loro che si trovano in
uno stato di irregolarità, se qualcuno li assume e in qualche modo li
paga. Le persone non regolarizzate ufficialmente per le istituzioni non
esistono. Fatto grave, perché loro esistono e contribuiscono alla
ricchezza del paese.
I datori di lavoro, le famiglie
invocano spesso la mancanza di risorse per assolvere agli oneri
contributivi. Conosciamo situazioni quando palesemente è così.
Ιn questo caso dobbiamo
fare una riflessione non al livello individuale, ma collettivo, al
livello del sistema paese, nell’ottica di una società coesa e
solidale. La domanda è: ha bisogno l’Italia dei servizi di persone
straniere alle quali non è, individualmente, in grado di assicurare non
lo standard italiano, ma uno corrispondente ad un minimo di decenza? Se
loro, gli immigrati, si accontentano spesso di meno di quel minimo, non
è perché umanamente valgono meno, è perché nel loro paese avrebbero
avuto di meno. Se la società riconosce che un anziano ha bisogno di
assistenza che lo Stato stesso non può fornire, sembra logico che si
preoccupi affinché questo straniero che presta il servizio abbia un
trattamento umano.
E’ comprensibile che uno
straniero faccia lavori che la gente del posto non vuole più fare o che
venga pagato di meno (anche se non condivisibile). Queste sono le
condizioni dure dell’accettazione. Ma in questo caso ammettiamo che
così è stato pagato un prezzo e diamo onore a coloro che si rendono
utili. Non è giusto ricorrere a loro quando c’è bisogno della loro
fatica e girarli le spalle quando chiedono di essere messi in regola.
Insisto: la regolarizzazione è
l’indice del grado di accettazione da parte della società. Se ci
serve la loro fatica, diamo loro l’onore di essere regolari.
E’ un problema insieme dello
stato e delle singole persone, questione di legalità e di civile e
umana convivenza.
Nella popolazione rumena in
Italia dobbiamo distinguere due segmenti: le badanti, donne di una certa
età, con famiglie nel paese di origine per le quali sacrificano loro
stesse. Questa categoria, spesse volte è particolarmente vulnerabile e
ha bisogno e trova l’accoglienza presso le strutture caritative
italiane. Questa categoria non sembra avere un futuro lungo. Essa si
regge sulla coscienza della provvisorietà, in quanto assolve a scopi
precisi e limitati nel tempo e comporta un forte logorio. La società si
è già abituata alla presenza di questa figura professionale, ma
potrebbe scoprire proprio quando non si aspetta il suo esaurimento. Dall’altra
parte il servizio di assistenza alle persone anziane resterà sempre e
forse più stringente. Ecco perché è molto utile pensare come
organizzare questo settore in un futuro non troppo lontano. E non sarà
possibile mantenere a lungo la pratica di badanti in casa 24 su 24 ore
con mezza giornata libera alla settimana. Lo stare in Italia porterà
all’emancipazione e contaminerà le donne straniere della coscienza
dei diritti dei lavoratori. Trasformare il servizio di assistenza da
improvvisato come è adesso a servizio professionale e con durate più o
meno sindacali ed in forme contemplate dalla legislazione sul lavoro
potrebbe essere una strada da percorrere a beneficio di coloro che
offrono i servizi e coloro che ne beneficiano. Non saranno le badanti
stesse compiere queste azioni. Loro, stanche o avendo assolto lo scopo
prefissato, potrebbero semplicemente diradassi o essere meno disponibili
a continuare il mestiere, che mestiere è diventato. Le donne più
giovani sono meno disponibili e meno motivate a fare il sacrificio delle
loro madri.
Un altro segmento della
popolazione rumena in Italia si compone dalle giovani famiglie, la
maggior parte delle quali metteranno radici nel futuro in Italia. I loro
figli studiano nelle scuole italiane e con certezza non vorranno
ripetere la vita dei loro genitori, hanno molti motivi per pensare in
questo modo. Su di loro si deve particolarmente investire, aprendoli le
porte alla formazione, affinché le loro giovani energie diano frutti.
In conclusione. I rumeni hanno
capacità di adattarsi ed integrarsi individualmente più di quanto
siano in grado di formare comunità etniche coese. Nello stesso tempo è
giusto che conservino la loro identità, saranno così più forti e più
sicuri nel dialogo interculturale che la vita quotidianamente lo
richiede. La società italiana non ha altra scelta che accettarli e
sostenerli nella loro crescita. E’ anche questa una via da percorrere
verso la costruzione dell’Europa di domani.
Vasile Mutu
Presidente dell’Associazione rumena-italiana
Concordia
Consulente della Provincia di Catania per i rapporti istituzionali
con la comunità rumena e dai paesi dell’Est Europa